Ezio Ricci, successore di Alceste Campriani nella direzione dell’Istituto d’Arte di Lucca.
“ Le opere che presenta sono varie, ritratti, paesi, nature morte; esse seguono il solco della tradizione per il naturale temperamento dell’artista e per l’amore che egli ha per i grandi maestri del passato, a lui molto noti per averli studiati non solo in Italia, ma anche all’ estero in seguito alle sue periodiche scorrerie attraverso i maggiori musei europei; ma il Meschini per questo non è pittore pedissequamente ancorato al passato e lo dimostrano le sue opere, nelle quali si scorgono accenti personali di sana modernità. Egli, per esempio, è un grande ammiratore di Rembrandt, ma questo non gli impedisce di essere altrettanto entusiasta di tutta la pittura francese dell’ultimo ottocento e, pur interessandosi agli attuali movimenti artistici, rifugge da ogni estremismo insincero, non congeniale al suo temperamento. ”
Lucia Toesca su “ Il Telegrafo ” 31 dicembre 1964 :
“ …Siamo innanzi a un buon colorista che risolve con armonia cromatica la poeticità degli aspetti naturali, il significato recondito delle cose, i caratteri e gli stati d’animo dei suoi modelli, non trascurandone, anzi valorizzandone, il risalto formale, le delicate eppur solide strutture compositive.
Si può ben godere, nella personale di Stelio Meschini, la straordinaria vitalità dei ritratti, quelle presenze così definite, così calde di umanità e vibranti di segreti accordi. “Daniela” il modello più volte ripetuto dall’artista è l’indagine completa, approfondita di un carattere, esuberante di dolcezza e di energia.
Interessanti liriche le tele intitolate “Pineta” , “Ponte S. Pietro”, “Cipressi a Camigliano”, mostrano la natura guardata con religiosità e tuttavia come sfondo: nella trama dorata degli alberi, nella trasparenza delle acque, nello splendore degli orizzonti il vero soggetto è sempre la luce ”.
Mario Rocchi su “ La Nazione ” 29 dicembre 1964 :
“… La pittura di Stelio Meschini è affidata ad una acuita sensibilità, ad una gentilezza di modi, cui risponde armoniosamente una tecnica affinata e disinvolta.
Alcuni paesaggi sono veramente delicati, risolti con accento lirico, ma i ritratti rimangono l’espressione migliore della pittura di Meschini.
In tutte le opere, comunque, riscontriamo una delicata vena lirica, una vena schietta, appartata dai clamori ”.
Urbano Urbinati
Saggio pubblicato sulla rivista “ STUDIUM “ n°4 aprile 1969
Stelio Meschini è un uomo schivo, solitario e vive a Roma con la sua famiglia. Ha compiuto il tirocinio d’arte sotto la guida di Ezio Ricci, maestro a cui lo legano affetto e gratitudine. Temperamento schietto, leale, rifugge dai rumori della cronaca mondana, che sa insidiosa; evita gli incontri dispersivi e le cicalate inutili; non ha molta simpatia per le chiassate delle avanguardie estremiste. Vive pago del suo mondo, che è poi il suo studio, dove tenacemente lavora coltivando con fede il suo severo ideale artistico. Non gioca a rimpiattino con l’arte, né le manca di rispetto; ha idee semplici, un po’ all’antica forse, ma solide e ben assimilate. Quando discute si accende di un entusiasmo giovanile e si esprime in termini scopertamente romantici ( “…concepisco il mio lavoro come una missione …l’arte richiede dedizione assoluta…dipingere per me è pregare …”). Se l’espressione è romantica, l’accento è sincero e sprigiona un’energia invidiabile. La riconosci anche nella grafia, che è sicura e prepotente. Egli sembra infatti dipingere anche quando scrive: le lettere dell’alfabeto sono altrettante campate di colore.
Trasposta nella tela, tanta energia potrebbe far pensare a risultati di marca espressionistica, e invece essa si scioglie in accenti di delicata sensibilità, si stempera, direi, nei moduli di un assorto lirismo. Proprio questo tratto, gusto raffinato della composizione e dell’accordo di colori, è l’aspetto che subito colpisce nei quadri di Meschini. Una discrezione e un tono sommesso ma non dimesso, che guadagnano in carica poetica e in durata ciò che sembrano perdere di immediatezza, di exploit estroverso. E qui bisogna aggiungere che Meschini si è posto, almeno da questo lato, in posizione rivoluzionaria e anticonformista nei confronti della produzione contemporanea, tutta tesa quest’ultima a sbalordire con l’incisività del segno o l’intensità del colore, con la trovata, col giochetto astruso o puerile, tutto raccolto il primo in un suo mondo poetico che attua in sostanza la rivalutazione della bellezza intesa in senso aristocratico e rappresenta una scelta di civiltà. Sano anticonformismo è anche quel suo tenersi saldamente ancorato al solco della tradizione, e non solo per la scelta del figurativo e l’esclusione dell’informale, ma per la profonda convinzione che l’insegnamento dei grandi del passato non può e non deve essere rifiutato, dato che anche nel dominio dell’arte “natura non facit saltus ”. Da ciò la duplice esigenza, per il Meschini, di evitare da un lato le chiacchiere frastornanti delle tendenze di avanguardia o di rottura, e dall’altro di correre ogni tanto a rivedere i musei d’ Europa, per “risciacquarsi gli occhi ” com’è solito dire e per riallacciare un dialogo ben altrimenti formativo e valido. La sua pittura affonda così radici in un terreno ben fertile e dissodato, dove la pianta non rimane avvizzita, né cresce in modo disordinato e selvaggio, ma acquista forma elegante e dà frutti saporosi. Scorre in essa una linfa vitale: la perfetta assimilazione di un patrimonio di esperienze che non è lecito ignorare e che si può “rifiutare”, come molti impropriamente affermano, solo in quanto in realtà lo si ignora.
Meschini ha scelto la via della serietà effettiva, che esclude ogni improvvisazione dilettantesca e comporta invece un lavoro tenace di preparazione, un tirocinio anche nel campo del mestiere, per non scomodare la tecnica, che è termine ambiguo nei domini dell’estetica. Ha scelto perciò la via più difficile, anche se apparentemente potrebbe sembrare il contrario, perché dal processo di assimilazione deve scaturire poi l’opera nuova, e cioè il superamento. L’originalità, quella vera, deve essere fatta salva e di un quadro si devono poter riconoscere a colpo d’occhio le caratteristiche personali, le peculiarità distintive che rappresentano la vera firma di garanzia dell’autore.
Chi ha il respiro corto non può tentare la strada infilata da Meschini, perché non riuscirebbe ad evitare le trappole della suggestione dei modelli, il pericolo dell’ imitazione. Ora nel nostro pittore l’assimilazione è così perfetta e il risultato dell’opera così personale, che quando ci proviamo a risalire alle fonti e a tentare un’analisi delle componenti ci troviamo in realtà bene imbarazzati; le congetture possibili sono varie, qualche nome può affiorare ma il risultato certo, perentorio, è uno solo: ci troviamo di fronte a una sapienza compositiva e ad una armonia cromatica di alto livello e di stile estremamente raffinato e, soprattutto, di un respiro poetico che rappresentano altrettante caratteristiche tipiche del pittore Meschini e di lui solo.Certo non si potrà negare l’ influenza degli impressionisti, né quella dei fiamminghi (non sembri azzardata l’ipotesi), anche se quest’ultima dovrà essere limitata a qualche particolare di alcuni ritratti, prescindendo dalle risultanze del colore (penso al ritratto della madre, ad esempio, che mi ha ricordato Franz Hals); ma ogni riferimento troppo preciso è destinato alla fine ad essere riassorbito, e in definitiva, di fronte all’effetto d’insieme, finisce per risultare sviante se non falso. Proprio, ad esempio, il ritratto della madre rappresenta una splendida affermazione della personalità del Meschini, che con i mezzi più semplici della composizione e del cromatismo e con il suo tipico tratto non invadente, non violento, di aristocratica finezza, riesce ad ottenere una ben decisa caratterizzazione psicologica, una forte carica volitiva e morale, una concentrazione impressionante di energia vitale. Noi riusciamo ad avvertire nei ritratti una presenza spirituale viva e questa è la vera originalità che preme a Meschini, maestro assoluto in questo settore con una lunga serie di capolavori. In “Daniela“, nel “pittore al lavoro”, nell’ “autoritratto” sentiamo pulsare la vita e avvertiamo una tensione spirituale che raggiunge il massimo di concentrazione nel “ritratto“ di pittore e tocca note quasi drammatiche, risentite nel forte “autoritratto“.
Nelle nature morte e in alcuni paesaggi Meschini offre il meglio di sé come colorista di raffinata sensibilità, oltre all’invidiabile perizia nel disporre gli elementi della composizione.
Nelle tonalità del grigio sono dipinti alcuni interni, dove la luce svolge un ruolo di primo piano: quadri di preziosa fattura che dimostrano, se mai ve ne fosse bisogno, come gli elementi di una tecnica prestigiosa non possano rappresentare il dono di una fulminante improvvisazione. Ma abilità tecnica a parte, ciò che più ci tocca negli interni come nei paesaggi è un sommesso respiro poetico, una vena lirica diffusa, sia che canti la gioia della quiete domestica o il pudore raccolto di una stradina di villaggio.
La sincerità, la caratterizzazione psicologica, la raffinata armonia cromatica, la vena poetica sono altrettanti aspetti che bisognerà tenere presenti e approfondire, all’occorrenza, nell’analisi dell’opera di Meschini. Mi auguro che qualche voce autorevole nel campo della critica si senta invogliata a tentarlo. Che il Meschini abbia potuto esporre le sue opere in una Galleria romana e nessun giornale, a quel che mi risulta, abbia ritenuto di dover spendere due righe a commento dei suoi quadri, è constatazione che nella migliore delle ipotesi può solo confermare la distrazione degli addetti ai lavori.
L’opera di Meschini ci riconcilia con la pittura autentica, e sta lì a dimostrare che la vera arte non è spenta, anche se costretta a procedere silenziosa o a vivere appartata.
Antonio Corral Castanedo
dalla “ HOJA del LUNES ” – Cronica de Arte 16 marzo 1970
In coincidenza con la Settimana Italiana, e per darle più rilievo, Stelio Meschini è passato fugacemente per Valladolid. Durante quattro giorni – troppo pochi! – ha esposto le sue opere nel “ Museo de la Pasiòn ”.
Meschini è il pittore della serenità. Per i suoi paesaggi urbani ha scelto strade dei dintorni, silenziose e senza gente, avvolte in una atmosfera tranquilla, tipica dei mattini domenicali o delle vigilie di festa. Facciate con piccole finestre, gelose che giunga qualcuno a turbare la pace. Ombre addormentate su selciati solitari dove non dormono i cani. La leggiadria di una torre quasi fiorentina. Il rossiccio di file di alberi in ottobre, rassegnati a che la stanca corrente di un ruscello rifletta la loro immagine, per più non renderla.
Meschini, in molti suoi quadri, si appoggia quasi a un solo colore. Ed esperimenta con successo, a partire da quello e con quello, tutta una scala di scoperte e di variazioni. Queste tele si direbbero invase da un determinato stato d’animo. Si direbbero contemplate attraverso questo stato d’animo, che a volte è rosa, a volte grigio…
In certi quadri – come nel suo autoritratto – Meschini utilizza una tavolozza vigorosa, piena di rabbia. Però, in generale, i suoi impasti sono silenziosi, mitigati, un po’ timidi. Uno si domanda se non si trova per caso di fronte a uno strano e indeciso “fauve”: Un “fauve” placato, nel momento di misurarsi con le tele, da tutto un fine trasfondo di quiete malinconie.
Meschini è il pittore della intimità rivelata. Della intimità riscattata. Sfoglia pazientemente quanto lo circonda per raggiungerla. Penetra con curiosità fino agli aspetti spirituali, quasi sempre nascosti, delle viuzze, o degli interni vuoti, o dei fiori. E finisce per dimostrarci che, al di là del gesto scontroso delle persone e delle cose, oltre le straripanti allegrie o le esagerate disperazioni, esiste un sedimento di tenero scetticismo, in cui le ombre riescono a illuminarsi. Perché su di esse, sempre si aprono impreviste finestre. Il mondo dei suoi quadri è rappresentato da questa realtà alata, che però le dure realtà cercano di strangolare.
Il cristallo e i fiori delle sue nature morte pare proteggerli con un fanale perché non si avvizziscano. Ed è, senza alcun dubbio, la foglia secca del suo “Anemoni con frutta ” che, nell’atto di dissolversi e di morire, sta creando o inventando quell’atmosfera rosea di un imbrunire autunnale, quasi sognato che avvolge e accarezza il creato.
Meschini insiste con diletto nei suoi “ Interni ”, nei quali fa penetrare la luce dai punti più insospettabili, sempre alla ricerca di nuovi contrasti, di ardite tonalità. In qualcuno di questi “Interni ” rimangono figure estatiche, pensose. Ma in essi i veri protagonisti, nei quali i suoi pennelli si ricreano, non sono altro che il senso di abbandono, di assenza, di speranza. E anche la monotonia del tempo che finge di fermarsi sopra le pareti e i mobili. Ma che, tuttavia, passa. Sta passando: E’ passato.
Ma è nei suoi ritratti, soprattutto in quello di Daniela e di Maria Dapretto, che egli lascia definitiva certezza della elegante sobrietà dei suoi pennelli, della energica dolcezza dei suoi tratti. L’italiano Stelio Meschini crea con i suoi colori, con i suoi fondi molto lavorati e pensati, quasi filosofici, un clima poetico da cui, fin dal primo momento, ci sentiamo avvinti. Un clima nel quale irrimediabilmente finiamo per sommergerci.
J. R. ALFARO
Presso l’Istituto Italiano di Cultura ha esposto le sue opere il pittore Stelio Meschini, che si presenta per la prima volta a Madrid con un insieme di quadri molto felice. Il suo mondo plastico si innalza ad un livello estremamente personale, al punto che uno sente la necessità di cominciare da capo la visita per penetrare meglio nel messaggio poetico delle sue opere.
“ A confronto con la produzione pittorica contemporanea – ci dice il prof. Urbano Urbinati – Meschini si colloca in posizione anticonformista, perché, attuando una precisa scelta, vuole rivalutare la bellezza intesa in senso aristocratico e perché rimane fortemente legato alla tradizione, non solo per la scelta del figurativo e l’esclusione dell’informale, ma anche – soprattutto – per la profonda convinzione che l’insegnamento dei grandi del passato non può e non deve essere rifiutato”.
Stelio Meschini appartiene a quella razza di pittori che trovano la loro fonte di ispirazione nella bellezza del mondo che li circonda e sanno trasferire nella tela la gioia di vivere. Meschini evoca nei suoi quadri i suoi sentimenti di uomo, l’espressione, l’incanto e ogni aspetto naturale dell’umano.
Sergio Garbato su IL RESTO DEL CARLINO ROVIGO
PAESAGGIO MAGICO SEI UN’ EPIFANIA
Successo della mostra di Meschini
Quasi a lato e un po’ in sordina della sua bella personale alla sala Celio, il pittore Stelio Meschini ha voluto dare al visitatore una sottile indicazione con alcune dense parole di Antonio Banfi: “Tutto ciò che pur ci sembra usuale e noto non è mai totalmente e definitivamente conosciuto”. Si tratta, per molti versi, di una chiave di lettura del lavoro dell’artista e, meglio ancora, di una sorta di pudica enunciazione di poetica. Come dire che la pittura di Meschini procede, ben al di là delle mode e delle maniere, lungo una sua linea che non punta a ridefinire il reale, ma, semmai, a scandagliarlo il più a fondo possibile, onestamente, senza togliere alla visione mistero alcuno.
Così, alcuni splendidi paesaggi, trascorrenti in tutti i toni del viola, finiscono per essere piuttosto delle epifanie, la rivelazione cioè di un magico e sospeso equilibrio tra l’artista e il soggetto. Una casa, un cancello, una strada che fugge lateralmente fra gli alberi e soprattutto un senso di riposata immobilità, a stabilire un tempo che non è più storico, ma frammento di vita, catturato per un istante, pieno di risonanze e rapporti, in cui ciascuno può leggere se stesso. E’, in fondo, questo, il respiro della poesia.
I ritratti non si limitano alla sola caratterizzazione di un volto, ma diventano inquietanti proiezioni psicologiche, sguardi e lineamenti che più che offrirsi all’osservatore, cercano di stabilire un rapporto, quasi un dialogo.
Artista appartato, attento al pulsare della propria ispirazione, inesausto in una ricerca personale, Stelio Meschini sa trovare nella scelta figurativa i termini di uno stile espressivo efficace perché coerente e definito nei valori della poesia.
E’ quanto si può verificare anche nelle piccole e numerose opere grafiche che completano la mostra. Tecniche e soggetti sono diversi, ma il risultato è sempre omogeneo, riportato ai termini di una espressione che fugge l’enfasi e cerca, invece di ritrovare, nel deserto del tempo perduto, la proustiana e magica madeleine.
Ecco, ancora, le quattro acqueforti per “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov o le linoleografie e i disegni a matita per il Don Chisciotte, tentativi riusciti di riappropriazione di pagine amate, insieme ad una galleria di oggetti, piante, fiori, animali domestici.
Toni Romagnolo su IL GAZZETTINO Domenica 24 novembre 1985
Una delle mostre più “coinvolgenti” viste a Rovigo da qualche tempo è quella del pittore e incisore Stelio Meschini, allestita nella sala Celio e promossa dalla Società Dante Alighieri, dal Comune e dall’ Amministrazione provinciale in appendice all’ “Ottobre rodigino ”.
Nella prima saletta il visitatore viene subito attratto da una serie di incisioni insolite, che offrono meraviglie di finezza raggiunta attraverso tecniche misteriose, difficilmente decifrabili forse anche dall’ occhio esperto. Il rigore dell’antica tradizione grafica si apre a soluzioni formali di notevole espressività, pur nella limitata e a volte minuscola dimensione del foglio. Un sapiente gioco di chiaroscuro dilata quasi magicamente gli spazi e spesso stabilisce piani bivalenti dove bianco e nero richiedono la decisione dell’ osservatore per una prevalenza. Non a caso il passaggio all’uso del colore avviene con una scelta di tonalità quasi monocrome contrappuntate di bianco, con un orientamento verso struggenti melodie del violetto.
Meschini sa rendere efficacemente il sentimento del tempo che passa e lascia i suoi riverberi nell’anima. I soggetti sono paesaggi e interni scanditi ugualmente in tessiture compositive che filtrano la poesia di certi momenti fuggiti per sempre.
La superficie pittorica diventa lo schermo trasparente dove l’artista proietta un’emozione appena trascorsa che ha lasciato stupore e rapimento ; da quello schermo arriva la luce come da una vetrata istoriata di una cattedrale. Il mondo profondamente poetico di Meschini si manifesta chiaramente anche in tre nature morte dilaganti per densità di calde atmosfere nello spazio reale. Sono inoltre presenti tre ritratti femminili che per scelta di impianto e uso del colore potrebbero sembrare estranei. In realtà i personaggi hanno una presa sull’osservatore ancora più forte per l’acuta indagine psicologica che li rende vivi e palpitanti.
ANNUARIO DEGLI ARTISTI VISIVI ITALIANI . CATALOGO MONTEVERDI
In Stelio Meschini rivivono tutte le più delicate e sensibili esperienze che una pittura figurativa di lontana origine impressionista possa offrire. Non ch’ egli si abbandoni alla facili seduzioni d’un sentimentalismo che oggi ci appare più che mai consunto, ma la verità delle sue emozioni trova sfogo in un rapporto estremamente fresco e modulato del tono, in una acuta penetrazione dei valori poetici che il colore possiede quando venga elaborato con tanto amore e con così attenta distillazione. Di qui il precisarsi d’una sua personalità in un settore tanto affollato da divenir generico. Proprio a codesta genericità Meschini si sottrae mediante l’autenticità della propria pittura.
Arnaldo Romani Brizzi
…..La premessa ( sulle sorti delle arti figurative nel Novecento n.d.r) a questa presentazione per Stelio Meschini mi è sembrata necessaria per inquadrare l’autentico talento, la generosità, l’intensa poetica malinconica e familiare di questo ostinato petit maître che ha continuato a frequentare i generi con esiti a volte intimi, altre sontuosi. Certo lo ha salvato la grande storia dell’arte europea : una sensibilità francesizzante, ma anche molto rigore tratto dai modelli novecentisti italiani…
In particolare nella ritrattistica, che qui si può ammirare con belle, a volte davvero intense prove, Stelio Meschini sembra porre la forza della propria poetica intimistica – un mondo capace di ruotare con saggezza intorno alla famiglia e ai rapporti amicali, in ambienti resi per suggerimenti d’arredo ( una sedia, una parete, l’angolo di un mobile o una tela sul fondo, una lampada antica…), piccoli particolari di azione in corso ( un libro aperto sulle gambe, dei fiori tra le mani, il cucire o riparare un abito…), sottolineature del carattere attraverso il vestiario ( la maglia sulle spalle come uno scialle, l’abito a fiori, la camicetta rossa, il golfino rosa, il cappellino e i visoncini, i colli di pelliccia…). Un universo primariamente popolato da donne, che suggerisce quel sano e pacato matriarcato dei tempi che furono: l’evidente saggezza dello sguardo della madre di cui colpiscono le mani con le vene salienti e il simbolo matrimoniale della vera d’ oro); la moglie, la figlia ( esaltate nella delicata femminilità); lo sguardo arguto, all’Antonello da Messina, di Rina Dapretto; e si potrebbe continuare.
Sul versante maschile, almeno in questa sede, l’orizzonte è più ristretto con, principalmente, degli autoritratti in cui è fortemente espresso l’orgoglio del pittore, ripreso com’è al cavalletto, o con tavolozza in mano. Autoritratti che si inseriscono a pieno titolo nella linea tradizionale novecentista, che ha sempre contrapposto la calma meditativa e saggia dell’azione pittorica al mondo esterno spesso inaccettabile. Intensissimo, poi, qui appare il ritratto adolescenziale del 1966 di Giorgio Meschini, con la posa e lo sguardo un po’ sfrontati, di sorprendente volitività per un ragazzo di quell’età.
Qua e là altre prove più che convincenti: un interno casalingo, in cui brilla l’assenza umana, pur lasciandone intendere tutta la presenza nell’assenza ( Angolo dello studio del 1963), con la folgorazione della luce del giorno riflessa sulla parete di fondo da una finestra aperta che nella composizione non è visibile. La pennellata appare veloce, tutta tesa a riprodurre lo sfilacciamenti visivo di quella felice illuminazione. E ancora: la giallescente natura morta del 1967 ( Uva, pere e brocca gialla); lo sfarzoso paesaggio violaceo del 1984, tanto memore della lezione impressionistica ( Case in periferia), ma può ricordare certe intenzioni vedutistiche del primo Klimt.
Ecco di cosa è nutrita l’arte pittorica di Stelio Meschini: di calma, passo umano rivolto alla lentezza e non allo sciupio delle ore, capacità di osservazione, sapiîente economia degli elementi narrativi – tutto nel solco della tradizione, così come appresa presso capaci maestri e come qui documentata dal ritratto di Ezio Ricci, maestro di Stelio Meschini.



